Pittore veneto-greco

(seconda metà del XVI secolo)

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Resa di una città al Turco (Resa della città cipriota di Famagosta al generale turco Mustafa Lala Pascià

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37. Resa di una città al Turco (Resa della città cipriota di Famagosta al generale turco Mustafa Lala Pascià - ?).

Olio su tela;

80 x 115,2 cm

(Schedatura 1990 n. 135/OA)


 

Questo dipinto, dopo il restauro effettuato nel 1986, con il quale è stata consolidata con il rifodero l'antica tela e sono state reintegrate pittoricamente, col metodo della selezione cromatica a rigatino e a velature, le diffuse piccole lacune e le abrasioni, si presenta adesso in discreto stato di conservazione. Il titolo di Omaggio al Sultano, con cui l'opera è stata fino ad oggi indicata, non può più essere accettato in quanto la scena raffigurata, più che un omaggio, è certamente una supplica. Infatti, su di una piazza all'interno di una città murata, un arabo dal suntuoso abbigliamento riceve le esagitate preghiere da parte di un gruppo di persone, abbigliate con vesti occidentali, mentre sulla sinistra un corteo di soldati, capeggiato da un'altra figura con turbante, conduce un prigioniero dentro la cinta muraria, passando attraverso una porta ormai completamente aperta della città. Una frizzante figura di paggio moro riccamente abbigliato, armato di sciabola e reggente un ombrellino, osserva sulla destra l'intera scena; sullo sfondo si vedono persone indaffarate a portare dei sacchi, forse viveri, all'interno di un edificio fortificato. Si tratta con ogni probabilità della raffigurazione di un episodio storico. Il dipinto, stilisticamente, potrebbe essere datato all'ultimo quarto del XVI secolo e la scena rappresentata potrebbe riferirsi alla conquista della città di Famagosta da parte del Turco, ultimo baluardo veneziano dell'isola di Cipro, che resistette eroicamente per mesi all'assedio nemico. L'isola passò sotto il dominio veneziano, grazie alla regina Caterina Cornaro, alla fine del penultimo decennio del XV secolo e rimase sotto la Serenissima sino al 1571, doge Alvise I Mocenigo (la pace che sanzionò la perdita dell'isola fu fatta nel 1572), quando Famagosta, per mezzo del suo governatore Marc'Antonio Bragadin, dopo mesi di resistenza e di isolamento trattò col generale nemico, Mustafa Lala Pascià, precettore del nuovo sultano Selim II, una onorevole resa. Ma Mustafa tradì i patti, facendo trucidare cristiani, greci e ciprioti e, davanti agli occhi del Bragadin, i capi della città. A Marc'Antonio Bragadin vennero poi mozzate le orecchie e fu, in fine, scorticato vivo: la sua pelle fu riempita di paglia e appesa come trofeo all'antenna di una nave turca. A Venezia, <<...la notizia della caduta di Famagosta, che suggellava la perdita di Cipro, aveva destato impressioni assai maggior della vittoria di Lepanto...>> (Cessi R., 1981, p. 566), in quanto rappresentava l'ennesima tappa della decadenza della ricca Signora dei mari. Il dipinto qui presentato potrebbe, pertanto, raffigurare uno dei momenti della resa di Famagosta. Autore ne è sicuramente un pittore strettamente legato all'ambiente veneto, seppure certi atteggiamenti e certi stilemi pittorici hanno un sapore quasi straniero, o meglio, secondo Fabio Mondi, veneto-greco. La qualità esecutiva, pur piacevole nelle figure, appare tuttavia piuttosto modesta e, constatando la gustosità compositiva dell'intera scena, per questo dipinto potrebbe ben esserci un prototipo antecedente; prototipo che probabilmente faceva parte di un ciclo di opere raffigurante vari episodi.

Infine, forse è il caso di ricordare che negli anni tra il 1570 ed il 1580 vi furono persone di Castelfranco che ebbero incarichi di una certa importanza nella lotta contro il Turco: vi fu, ad esempio, Giovanni Tommaso Costanzo che nel 1576 venne fatto prigioniero da Selim II, o il figlio del cancelliere di Candia Luca Dotto, Giovanni, che partecipò alla guerra di Cipro e fu fatto schiavo dal Turco; ancora Giacomo Parisotti, ammiraglio dell'armata veneziana in Cipro o Ascanio Piacentino, capitano dell'Ordine della Lancia Spezzata di Astor Baglioni in Cipro, e, in fine, i fratelli Giovanni Maria e Vincenzo Piacentini, morti sempre in quell'isola nella guerra del 1570-71 lottando contro il Turco.


 

 

Restauri:

Studio Emmebi, 1986.


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